venerdì 20 luglio 2012

Faster Than Bullets (Jon ZTK)


La serata cominciò al vecchio Circolo degli Artisti, proprio di fronte la Zecca dello Stato dove oggigiorno sorge il nuovo Mercato Esquilino, dove si era appena svolto un concerto. Era un periodo d'oro per l'underground Romano. Writers, Dj's, MC's, breakers, skaters, convergevamo tutti negli stessi luoghi ed eravamo affiatati, esuberanti e pieni di energia. Ci muovevamo in massa coi mezzi pubblici verso questa o quella destinazione, concerti, serate, o feste dove imboccavamo sempre di straforo. Era un continuo stare insieme e imparare dagli altri che erano con te. Ripensandoci non credo si sia mai più vista un' atmosfera così concentrata e creativa. Non c'era nulla di programmato in tutto ciò, era tutto spontaneo ed istintivo, e credo che sia questo il motivo principale per cui quel fermento abbia avuto così tanto seguito negli anni a venire. Eravamo liberi e disinibiti come degli animali, e Roma era il nostro parco giochi, il nostro zoo. Noi eravamo il Rome Zoo.

Sbarre della Zecca dello Stato di fronte il vecchio Circolo degli Artisti. 1996.
Locandina di evento Rome Zoo dell'epoca.

Spesso a fine serata ci organizzavamo in piccoli gruppetti per andare a dipingere la metro. Se eravamo troppo numerosi ci dividevamo verso posti diversi. Eravamo così fomentati che nulla ci sembrava impossibile, non c'era nessun ostacolo che ci sembrasse tale. Avevamo una sicurezza di noi stessi che si stava spargendo visibilmente in tutta Roma, fino al punto in cui l'Ego si allarga nella città, cresce a dismisura e ben presto diventa la città stessa!
A concerto finito ci avviammo Io, Joe TRV e One ZTK verso il deposito di Magliana, ignari dell' incubo che stavamo per vivere di lì a poco. Erano mesi che la Metro B era sotto assedio nel vero senso della parola. Le autorità non riuscivano più a star dietro alla pulizia dei finestrini, e i metronotte dell' Istituto Vigilanza dell' Urbe erano più agguerriti che mai.



Le avevano provate tutte per impedirci di dipingere i vagoni, arrivando ad una soluzione drastica ed estrema: spararci contro. Avevano sempre sparato contro i writers giù in metro, ma ultimamente c'erano state settimane dove ogni notte o quasi erano stati esplosi colpi d'arma da fuoco nei nostri confronti.

Tuff Joe TRV, 1996.
Klyde ZTK (One), 1996.
Bas TRV (Nyco) One Jon ZTK, 1996.
Bam5 MT2 TRV "Global" Clint MT2, 1996.
Jin TRV (Koma) Ozee TUW, 1996.

Joe TRV, 1996.

Pane TRV Tyson TRV MT2, 1996.

La nostra giovane età unita all' ingenuità “Hollywoodiana” ci faceva sminuire l'importanza e la serietà di tutti quegli episodi. I proiettili nel mondo reale non fanno “boom!” come nei film Americani, bensì un corto e debole “pam!”. Insomma le loro pistole non erano caricate a salve e quei proiettili non erano di gomma. Ma questo noi ancora non lo sapevamo. Eravamo ancora convinti del contrario.
Il processo si svolse circa due mesetti dopo quella nottataccia, nella Città Giudiziaria di Piazzale Clodio, nel quertiere Prati. Mi ricordo prima di entrare in aula a testimoniare, nel corridoio ci passò davanti il metronotte sotto processo per tentato omicidio seguito da altri suoi colleghi. Ci guardammo dritti negli occhi. E' una strana sensazione guardare negli occhi una persona che ha provato ad ammazzarti, soprattutto se la faccia della persona in questione non coincide affatto con il mostro che ti sei sempre immaginato che fosse.


Il processo invece si svolse quasi uguale a come avevo sempre visto nei film. La scritta “La legge è uguale per tutti” era lì, appesa al muro, il crocefisso pure. L'aula era strapiena di persone, il pubblico, avvocati, giornalisti, e familiari venuti a vedere la sorte dei loro cari. Per arrivare al banco dei testimoni dovevi passare davanti al pubblico, salire due gradini ed entrare dall' apertura dietro al banco. Invece di salire le scalette e fare tutto il giro inconsciamente scavalcai direttamente il muretto di legno di lato al banco. Quando fù il turno di One di testimoniare, invece di salire le scalette e fare tutto il giro anche lui scavalcò il muretto di lato. In aula il pubblico scoppiò in una sonora risata. Eravamo talmente abituati a scavalcare reti che lo avevamo impostato come default!
Raccontammo per filo e per segno gli attimi di quella notte del 1996 dentro il deposito di Magliana. Di come la guardia usci dai treni a circa dieci metri da noi dopo neanche trenta secondi che eravamo lì, urlando a squarciagola “a fiji de nà mignotta!!” con la pistola già in pugno e già rimbalzavano proiettili intorno a noi a distanza ravvicinata, scheggiando il cemento ai nostri piedi mentre ci davamo ad una disperata quanto rocambolesca fuga. Ci furono degli interminabili secondi di silenzio dopo che passammo dietro dei vagoni parcheggiati. Ora fra noi e la rete mancavano un centinaio di metri di spazio aperto.

Le banchine dove avvenne la sparatoria.
 
Purtroppo quei “pam pam pam” ricominciarono nuovamente ad eccheggiarci nella testa e le gambe correvano come non mai. Riuscimmo ad arrivare tutti e tre dall' altro lato della rete sani e salvi, o quasi. Joe lamentava il fatto di essere stato “toccato” da qualcosa ad una spalla. Sentiva uno strano calore ed alzando la maglietta ci accorgemmo che aveva un buco davanti ed uno dietro. Il proiettile lo aveva trapassato da parte a parte, ed il sangue usciva velocemente. A quel punto la guardia, che probabilmente aveva esaurito il caricatore, cominciò a tirarci dei sassi oltre la rete. Uscimmo in strada impanicati ed agitati cercando di capire cosa cazzo fosse successo lì dentro.

La ferita d'arma da fuoco.
Quando l'assurdo diventa realtà, la tua mente cerca in ogni modo di trovare un' altra spiegazione plausibile. Ma ciò che è Reale, è Reale e non va via. Adesso avevamo PAURA. Paura per il nostro amico, e paura di andare in ospedale per il timore di essere arrestati.
Quella notte ci diede la certezza che ci avevano sempre sparato addosso con proiettili veri. Dipingere non era più solo un gioco, era diventato anche un gioco mortale. Una volta sul bus notturno dovemmo prendere a schiaffi er Joe perche gli si chiudevano gli occhi, il suo viso era bianco e stava perdendo un sacco di sangue. Fortunatamente dopo varie peripezie verso le sei del mattino eravamo in ospedale dove ci raggiunsero in tempo record cinque gazzelle dei carabinieri prontamente chiamati dagli infermieri. Dopo le medicazioni ci condussero in caserma per vari lunghissimi ed estenuanti interrogatori durante la quale però raccontammo una versione totalmente falsa dell' accaduto per paura di cacciarci ancora più nei guai. Versione che venne prontamente smascherata perchè nel luogo dell' ipotetica “rapina a mano armata” non c'erano nè bossoli, nè tracce di sangue.
Ora i sospetti si spostarono su di me! Fui accompagnato a casa dove subii una perquisizione dell' abitazione. Mio padre per fortuna era via per il weekend ed io ero rimasto a casa da solo. Quando aprii la porta di casa ai carabinieri gli si presentò davanti agli occhi questa scena: il pavimento del salone cosparso di sangue ed indumenti insanguinati. Praticamente eravamo passati "un attimino" a casa mia per cercare di curare Joe prima di decidere di andare in ospedale. Non essendoci il disinfettante usammo un dopobarba verde, della carta igienica come benda, e dello scotch! Anche il corridoio fino al bagno e camera mia era pieno di sangue. Poi quando entrarono in camera mia, logicamente super disordinata, ecco che i carabinieri cominciarono a formulare tutte teorie secondo cui la colluttazione cominciò lì e finì nel salotto dove avrei presumibilmente sparato al mio amico! Ma non trovando nessuna pistola in casa, opportunamente capovolta e rigirata sottosopra, tornammo in caserma, dove poco dopo arrivò la mamma di Joe che confessò agli inquirenti che la notte prima eravamo andati "ai treni.”


Joe, dedica alla mamma. 1996.
La verità. Ci eravamo inventati tutta una storia sul 91 Notturno, curata nei minimi dettagli per paura delle conseguenze che dire la verità avrebbe causato. E quando infine la verità uscì fuori, noi passammo dalla parte della ragione, ed il metronotte dalla parte del torto.
Sembra che per le autorità l'unico modo per riuscire a fermarci fosse quello di spararci contro. Ma il Movimento si dimostrò già troppo forte e ben radicato sul territorio e nelle menti di un numero sempre crescente di giovani. Roma era sotto assedio e la Rivolta dei Vandali era ormai inarrestabile.

Jon ZTK
Leggo, 4 Giugno 2007.


English:

Faster Than Bullets

The evening started out at the Circolo degli Artisti club, right across the street from the Italian Mint, where the new Esquilino market stands today. There had been a concert that night. It was a golden era for the Roman underground scene. Writers, DJs, MCs, breakers, and skaters all converged in the same places and were tight-knit, unruly, and full of energy. We moved around en masse with public transport towards this or that destination, concerts, events, or parties where we always got in furtively. We were always together, learning from each other. Thinking back I don't think there ever was again such a concentrated and creative atmosphere. There was nothing planned in all of this, it was all spontaneous and instinctive, and I think this is also the main reason why that surge of positive energy had so much follow-up in the years to come. We were free and uninhibited like animals, and Rome was our playground, our zoo. We were the Rome Zoo.

The bars of the Italian Mint across from the Circolo degli Artisti.
Poster for a Rome Zoo event, 1996.

At the end of the evening we'd often organize in small groups to go paint the metro. If there were too many of us we'd split up and go to different places. We were so hyped that nothing seemed impossible, there was no obstacle that could stop us. We had a self-confidence that was visibly spreading all over Rome, to the point where your Ego expands in the city, grows out of proportion and soon becomes the city itself!
As the concert ended, Joe TRV, One ZTK and I headed to the Magliana depot, unaware of the nightmare we were about to live just a little while later. The B-line had been literally under siege for months now. The authorities couldn't keep up with the cleaning of the windows, and the security guards were putting up a fierce resistance. 

Logo of the guard company from the 90's.

They had tried everything possible to stop us from painting the cars, finally adopting the most drastic solution of all: shooting at us. They had always shot at writers down in the subway, but lately there had been entire weeks where shots were fired at us nearly every night.

Tuff Joe TRV, 1996.

Klyde ZTK (One), 1996.

Bas TRV (Nyco) One Jon ZTK, 1996.

Bam5 MT2 TRV "Global" Clint MT2, 1996.

Jin TRV (Koma) Ozee TUW, 1996.
Joe TRV, 1996.

Pane TRV Tyson MT2 TRV, 1996.

Our young age added to our "hollywood" naivety made us belittle the importance and seriousness of all those episodes. Bullets in the real world don't go "boom!" like in American films, but a shorter and weaker "pam!" Their guns were not charged with blanks and those bullets were not made of rubber. But we didn't know this yet. We were still convinced of the opposite.
The trial took place more or less two months after that crazy night, at the courthouse in Piazzale Clodio. I remember that before going in to testify, the security guard charged with tempted murder and his colleagues passed us in the hall. We looked each other straight in the eyes. It is a strange feeling to look someone who tried to kill you in the eyes, especially if the face of the person in front of you does not coincide with the monster you always imagined him to be.

The Courthouse
The trial instead took place almost exactly as I had always seen in films. The sign "the law is equal for everyone" was hanging on the wall, as was the crucifix. The courtroom was full of people, the public, lawyers, journalists, and family members that had come to see the fate of their loved ones. To get to the witness stand you had to pass in front of the public, walk up two steps and enter the stand from a little opening behind it. Instead of going up the steps and around I unconsciously climbed over the wall on the side of the witness box. When it was One's turn to testify, instead of going up the steps and around the witness box, he too climbed over the wall on the side of the witness box. The whole courtroom burst into laughter. We were so used to climbing over fences that it was like a default setting!
We recounted every single moment of that fateful night of 1996 inside the Magliana depot, of how the guard suddenly appeared from in between the trains about ten meters from us after we had been there literally less than thirty seconds, yelling " motherfuckers!!" at the top of his lungs and shooting at us immediately. Bullets were ricocheting off the ground all around us at a very close range as we fled desperately. There were a few endless moments of silence after we passed behind some parked subway carriages. Now between us and the fence there were about 100 meters of open space.

The platforms where the shooting took place.

Unfortunately those "pam pam pams" started echoing in our heads again and our legs ran as they never had. We all managed to get over the fence safely, or nearly. Joe was complaining that something had "touched" his shoulder. He felt this strange warm feeling and lifting up his shirt we realized he had a hole in front and a hole behind. The bullet had gone right through his shoulder, and blood was pouring out. At that point the guard, who had probably finished a full clip, started throwing rocks over the fence at us. We went into the street panic-stricken, trying to figure out what the fuck had just happened in there.

The gunshot wound.

When the absurd becomes reality, your mind tries every possible way to find another plausible explanation. But what is Real is Real and doesn't go away. Now we were AFRAID. Afraid for our friend, and afraid to go to the hospital for fear of being arrested.
That night gave us the certainty that they had always shot at us with real bullets. Painting was not just a game any longer. It had become a mortal game. Once on the night bus we had to slap Joe to prevent him from falling asleep. His face had turned white and he was loosing lots of blood. Fortunately by six in the morning we were in the hospital where six cop cars arrived within minutes after the medics had realized the real nature of the wound. After being properly treated, we were brought to the police station for various extremely long and exhausting interrogations, during which we told them a completely false version of the events for fear of getting into even more trouble. The false version was immediately unmasked because at the place of the alleged "armed robbery" the police found neither bullet shells nor traces of blood.
Now the police started suspecting of me! They brought me home and searched my house. Luckily my dad was gone for the weekend and I was home alone. When I opened the front door this is what the police saw: the floor of the livingroom was scattered with blood and bloody clothes. Practically, we had gone to my house "just a second" to try and treat Joe's wound before finally deciding to go to the hospital. There was no disinfectant so we used a green after-shave lotion, toilet paper, and scotch tape! Even the corridor leading to the bathroom and my room was all bloody. Then when the police entered my room, which of course was super messy, they started formulating all these theories according to which the fight had started in my room and had ended in the living room where I had supposedly shot my friend! Not finding any gun in the house, which was conveniently turned upside down, we went back to the police station, where Joe's mother arrived shortly after, confessing that we had "gone to the trains" that night.

Joe dedicates this piece to his mom, 1996.
The truth. We had made up this incredible story on the night bus down to the smallest details for fear of the consequences that telling the truth would cause. And when the truth finally did come out, we found ourselves in the right and the guard in the wrong.
It seemed like the only way the authorities thought they could stop us was by shooting at us. But the Movement had proved to be too powerful and well-rooted in the City and in the minds of an ever-growing number of youngsters. Rome was under siege and The Riot Vandals were now unstoppable.

Jon ZTK

Leggo, June 4th, 2007. "A 29 year-old guard was hospitalized in critical condition after suffering a gunshot wound caused accidentally it seems, by a shot fired from the gun of one of his colleagues. The two guards were inside the Subway depot in Capannelle (A-line yard)." Shootings are still happening.